L’Utopia del Non-Attore: Perché detesto il teatro (e per questo lo salvo)

L’Utopia del Non-Attore: Perché detesto il teatro (e per questo lo salvo)

Il paradosso incontrovertibile di rifiutare la finzione scenica per trasformare il palco in un brutale e necessario spazio di verità.

(di Salvatore Ladiana – Teatroterapeuta)

“Amo a tal punto il teatro da detestarlo”. La mia non è la provocazione di un cinico, ma il mio manifesto programmatico. In questa dichiarazione d’amore ferito risiede il cuore della mia visione di Teatroterapia d’Avanguardia: l’idea che il teatro, per tornare a essere necessario, debba smettere di essere “teatrale”.

La mia condanna della finzione

Per me, il teatro tradizionale è spesso un esercizio di narcisismo, un luogo dove ci si nasconde dietro a testi classici e personaggi polverosi. Questo è il teatro che detesto: quello che considero “del tutto inutile” per la crescita dell’essere umano. Nella mia visione, recitare un copione significa aggiungere una maschera a un volto che ne porta già troppe. La mia missione, è l’opposto: togliere, spogliare, rivelare.

La mia estetica del Non-Teatro

In questo scenario ho teorizzato il concetto di Non-Teatro. Per me non si tratta di una mancanza di tecnica, ma di una scelta radicale: il rifiuto della finzione a favore della presenza pura. Se il teatro comune lavora sulla costruzione, il mio Non-Teatro lavora sulla sottrazione. La considero un’azione intima e sofferta, volta a scrostare quegli strati che la vita ha depositato sull’individuo. Nel mio spazio, il “Non-Attore” non interpreta qualcuno: egli accade sulla scena. Il mio “palco” non è un luogo di intrattenimento, ma un laboratorio di esistenza autentica, dove il limite personale e la fragilità diventano la materia prima di un’estetica della verità.

Rendere difficile la vita per trovare la verità

La mia pratica trova la sua massima giustificazione nella celebre lezione di Eduardo De Filippo«Per fare del buon teatro occorre rendere difficile la vita agli attori». Ho fatto mia questa frase trasformandola in un imperativo terapeutico. Rendere “difficile la vita” al mio Non-Attore significa metterlo di fronte alle sue resistenze, negandogli la via di fuga della recitazione didascalica o del “sentito dire”.

È proprio attraverso questa difficoltà — l’attrito tra l’io e la scena — che cerco di rompere l’automatismo per far emergere l’uomo. Solo quando la vita sul palco diventa complessa e priva di paracadute, il soggetto è costretto a smettere di fingere e a iniziare a esistere. È in questa “lotta” necessaria, in questo dualismo emotivo che la mia Teatroterapia opera: trasformo il disagio in autodeterminazione attraverso training rivelatori, portando la consapevolezza di ogni singolo micromovimento corporeo a diventare un atto di liberazione.

Dalle carceri ai contesti digitali, dai luoghi del disagio ai contesti di tutti i giorni, il mio obiettivo resta lo stesso: salvare il teatro uccidendo la finzione, affinché il mio Non-Attore possa finalmente, faticosamente, essere se stesso.